{"id":225,"date":"2016-09-13T00:39:21","date_gmt":"2016-09-12T22:39:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/?p=225"},"modified":"2017-05-28T21:55:08","modified_gmt":"2017-05-28T19:55:08","slug":"storia-dello-speleo-club-roma-13-italiani-nellabisso-berger-di-roretta-giordano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/2016\/09\/13\/storia-dello-speleo-club-roma-13-italiani-nellabisso-berger-di-roretta-giordano\/","title":{"rendered":"STORIA DELLO SPELEO CLUB ROMA &#8211; 13 ITALIANI NELL&#8217;ABISSO BERGER (di Roretta Giordano)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>TREDICI ITALIANI: GIORGIO PASQUINI, ALBERTO MORETTI, ANTONIO MARIANI, I FRATELLI PAOLO E GIANNI BEFANI, ITALO BERTOLANI, RENATO TESTA, VIRGINIO DE LANZO, PAOLO LANGOSCO, FRANCO BURRAGATO, LUCIANO MAIELLO, GUIDO SAIZA E NICOLA FERRI, HANNO EGUAGLIATO PER L\u2019ITALIA IL RECORD MONDIALE DI PROFONDIT\u00c0 IN GROTTA.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal diario di uno di loro &#8230; alla base del primo pozzo dove arriva una livida luce, la prima impressione \u00e8 di freddo intenso. Grossi blocchi di ghiaccio e neve, anneriti dalla terra, non si pu\u00f2 dire ci abbiano accolto &#8220;calorosamente&#8221;.<br \/>\nCominciamo la discesa che dovr\u00e0 portarci in un\u2019unica tirata a -500, dove \u00e8 sistemato il primo campo base, infilandoci in una fenditura che sboccher\u00e0 nel pozzo &#8220;Ruiz&#8221;, un salto di 25 metri dove Antonio Mariani ha un\u2019intervista con un giornalista francese, strillando attraverso i pozzi senza vederlo.<br \/>\nSubito dopo affrontiamo tre saltini con pareti scintillanti per un sottile strato d\u2019acqua, denominate &#8220;Holiday on ice&#8221;. Immagini di belle ragazze che pattinano, di costumi variopinti e scenari luminosi ci vengono alla mente; ci guardiamo intorno ma vediamo solo pochi lumicini, un po\u2019 distanti l\u2019uno dall\u2019altro, che faticosamente lavorano con mazzette da roccia per liberare questi saltini da grossi blocchi di<br \/>\nghiaccio, che ne ostruiscono il passaggio.<br \/>\nArriviamo cos\u00ec alla sommit\u00e0 del &#8220;Cairn&#8221;, un pozzo di 32 metri alla fine del quale ci affacciamo in una saletta con una svettante lesena, che si perde altissima nella roccia. Nessuno parla, solo mezze parole smozzicate, il Berger ci intimorisce. &#8220;Un bicchiere di purissimo vino francese a temperatura ambiente, ragazzi, ce n\u2019\u00e8 per tutti&#8221;.<br \/>\nGiorgio Pasquini ha adocchiato una pozza d\u2019acqua e ci invita a dissetarci.<br \/>\nBeviamo contenti, abbiamo rotto il ghiaccio col Berger, un bel brindisi: &#8220;tutti al fondo&#8221;; ci guardiamo in viso per la prima volta, ci scambiamo le prime considerazioni &#8230; &#8220;Beh, tutto sommato \u00e8 una grotta come tutte le altre&#8221; &#8230; &#8220;certo, per ora niente di particolare&#8221;, \u00e8 la nostra piccola rivincita. Il nostro modo inconscio di difenderci da questo orrido spaventosamente sprofondato.<br \/>\nOra ci aspetta il terribile meandro: riprendiamo i sacchi e ci incamminiamo in questa stretta fessura serpentiforme della roccia, quasi orizzontale, lunga circa trecento metri, con le pareti che si perdono in alto e in basso, strettissime, solo in alcuni punti pi\u00f9 larghe di 80 centimetri. Dobbiamo procedere in contrasto, la schiena su una parete e i piedi sull\u2019altra, e l\u2019avanzata \u00e8 molto faticosa, con i sacchi che si incastrano e ci impediscono i movimenti.<br \/>\nGiungiamo cos\u00ec alla sommit\u00e0 del &#8220;Garby&#8221;, un pozzo di 42 metri, completamente verticale; dopo, una saletta rotonda da cui parte un altro meandro. Siamo stanchi, cominciamo ad essere affaticati: da quando siamo partiti non ci siamo mai fermati n\u00e9 per mangiare n\u00e9 per riposarci &#8230; &#8220;da quando siamo partiti&#8221; &#8230;, il pensiero va per la prima volta alla superficie, a quello che ormai ci sembra un mondo perduto e da cui siamo completamente esclusi &#8230; &#8220;chiss\u00e0 che tempo far\u00e0?&#8221;.<br \/>\nIl tempo, anzi la pioggia, \u00e8 stato il nostro incubo costante mentre eravamo sotto. Un temporale poteva significare il fallimento della spedizione, perch\u00e9 l\u2019acqua sale repentinamente in grotta. Con questo pensiero quasi fisso, stanchi, infreddoliti e affamati, in un silenzio disumano cominciamo a scendere il &#8220;Gontard&#8221;, pozzo di 27 metri circa, molto stretto, con lame di roccia che rendono difficile la progressione. Ancora meandro e ci troviamo alla sommit\u00e0 dell\u2019&#8221;Aldo&#8221;.<br \/>\nNell\u2019Ald\u00f2, come lo chiamano i francesi, 42 metri, tenebroso con pareti nere e verticali, ci caliamo e, attraverso un buco-occhiale nella parete, sbocchiamo nella &#8220;Grande Galerie&#8221;. Da un punto di vista architettonico ci appare un paesaggio completamente diverso: le volte sono sconfinate, l\u2019orizzonte immenso, le nostre piccole luci sui caschi non riescono ad illuminarne la sommit\u00e0.<br \/>\nStanchi, stremati, ci fermiamo e per la prima volta guardiamo l\u2019orologio: sono le 22 del 1\u00b0 agosto, dieci ore di marcia ininterrotta. Riprendiamo il cammino, percorriamo barcollando la &#8220;Grande Galerie&#8221;, col suo fondo limaccioso e scivoloso, lunga 400 metri e arriviamo al lago &#8220;Cadoux&#8221;. Grosse concrezioni molto belle &#8230; un urlo: la &#8220;rivi\u00e8re sans \u00e9toiles!&#8221;, il famoso fiume senza stelle, corso d\u2019acqua che sbocca da questi grossi blocchi, per ora ancora poco profondo, che sappiamo ci accompagner\u00e0 sino alla fine.<br \/>\nProcediamo e, attraverso uno scivolo, arriviamo al salto del &#8220;Petit G\u00e9n\u00e9ral&#8221;, piccola cascatella di dieci metri. Qui succede il primo piccolo dramma: il pozzo \u00e8 armato con una corda fissa attaccata alla parete con chiodi da roccia, strapiombante sull\u2019acqua; scendiamo uno alla volta, molto delicatamente; a un tratto si stacca un chiodo e Paolo Langosco, che stava scendendo in quel momento, fa un volo e cade nell\u2019acqua gelida: rimarr\u00e0 bagnato fino al campo di -500 dove, stremato, si dovr\u00e0 fermare.<br \/>\n\u00c8 l\u2019una del mattino e la stanchezza si fa sentire sempre di pi\u00f9. I sacchi vengono calati per mezzo di una rudimentale teleferica, legata a monte ad un\u2019enorme stalattite e a valle alla pancia di Giorgio Pasquini che, con la sua mole non indifferente e spingendo il peso all\u2019indietro, tiene il filo teso. La stanchezza si sente: pi\u00f9 volte ci siamo accorti che Giorgio, pur in quella scomoda posizione, si era addormentato.<br \/>\nDa questo momento in poi ogni sosta, anche di mezzo minuto, \u00e8 buona per chiudere un occhio, seduti, in piedi, appoggiati ad una parete: siamo quasi allo stremo delle nostre forze. Ci aspettano ancora 100 metri di dislivello tra giganteschi blocchi franati, poi finalmente la &#8220;Salle des Treize&#8221;, quota -500, primo campo base.<\/p>\n<div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\" style=\"--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-overflow:visible;--awb-flex-wrap:wrap;\" ><div class=\"fusion-builder-row fusion-row\"><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\"><div id=\"attachment_221\" style=\"width: 522px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-221\" class=\" wp-image-221\" src=\"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-845x1024.jpg\" alt=\"Antonio Mariani Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.\" width=\"512\" height=\"620\" srcset=\"https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-200x242.jpg 200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-248x300.jpg 248w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-400x484.jpg 400w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-600x727.jpg 600w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-768x930.jpg 768w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-800x969.jpg 800w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-845x1024.jpg 845w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f-1200x1453.jpg 1200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_f.jpg 1326w\" sizes=\"(max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><p id=\"caption-attachment-221\" class=\"wp-caption-text\"><em>Antonio Mariani Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.<\/em><\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Al campo base -500<\/strong><br \/>\nLa sala del campo \u00e8 ricavata in una grande nicchia nella parete strapiombante ed \u00e8 abbastanza asciutta, tranne un leggerissimo gocciolamento da stillicidio.<br \/>\nGrosse concrezioni, alberi pietrificati, sono sparse qua e l\u00e0 per il campo e, alla sommit\u00e0 di una di esse, scorgiamo un contenitore lasciato dalla spedizione precedente, nel quale piove acqua, ottima da bere. Assetati, ci precipitiamo sopra e beviamo tutti avidamente; alla fine scorgiamo sul fondo due vermiciattoli bianchi, lunghi 10 cm l\u2019uno. Sorridiamo divertiti, sono i primi esseri animati che troviamo in grotta e ci sembra un buon segno. Non perdiamo tempo, apriamo i nostri sacchi, sistemiamo i materassini pneumatici con i sacchi a pelo, facciamo un pasto molto frugale, ci spogliamo sommariamente e ci mettiamo a dormire.<br \/>\nEravamo emozionati, ma quella sera non c\u2019era tempo per perderci in chiacchiere, per fare commenti o scambiarci emozioni e sensazioni: per 18 ore avevamo sopportato un lavoro massacrante; ci sembrava se non impossibile, estremamente difficile arrivare al fondo. Ci addormentiamo alle 6 del 1\u00b0 agosto e dopo 12 ore di sonno, ristorati, ci svegliamo alle 18 in un\u2019atmosfera pi\u00f9 che mai tesa: si doveva scegliere i cinque uomini che sarebbero necessariamente rimasti a questo campo. Paolo Befani, molto sportivamente, si offre volontario insieme a Franco Burragato, che intende condurre studi sulla morfologia delle concrezioni.<br \/>\nPaolo Langosco, duramente provato dal bagno del giorno precedente, si trova nell\u2019impossibilit\u00e0 di continuare. Sono tre, ne mancano due ed ognuno di noi ha paura di essere il prescelto.<br \/>\nFinalmente la decisione di Giorgio Pasquini; i due saranno: Virginio De Lanzo e Luciano Maiello, rispettivamente cineasta e tecnico-telefonista della spedizione.<br \/>\nLa loro presenza al campo \u00e8 indispensabile e a malincuore si assoggettano agli ordini superiori. Tiriamo un sospiro di sollievo, &#8220;mors tua, vita mea&#8221;, forse non \u00e8 molto sportivo, ma certamente molto umano. La squadra di punta \u00e8 cos\u00ec formata da: Giorgio Pasquini, Italo Bertolani, Antonio Mariani, Alberto Moretti, Renato Testa, Gianni Befani, Guido Saiza e Nicola Ferri.<br \/>\nDa questo momento in poi le nostre giornate non saranno pi\u00f9 basate sul ritmo fisiologico, che risulta necessariamente forzato, ma sull\u2019attivit\u00e0 lavorativa: il ritmo normale del giorno e della notte si baser\u00e0 sul ritmo operativo, nel senso che se ci serviranno 24 ore per fare uno spostamento, la nostra giornata operativa durer\u00e0 24 ore. Dei 7 giorni passati in grotta, ne abbiamo &#8220;vissuti&#8221; tre, naturalmente molto pi\u00f9 lunghi.<br \/>\nVerso le 22 ci avviamo e la partenza da questo campo \u00e8 stata una delle cose pi\u00f9 belle da un punto di vista umano: i nostri amici che dovevano rimanere a -500 ci hanno dato il calore, la sensazione che stavamo facendo qualcosa di grande, un arrivederci molto commovente e l\u2019impressione di stare vivendo un momento molto importante.<br \/>\nLa grotta comincia ad assumere aspetti estremamente interessanti da un punto di vista estetico, molto piacevole, niente affatto tenebrosa, niente affatto incombente. Abbiamo incontrato cose mai viste prima e che, molto probabilmente, non rivedremo mai pi\u00f9: splendide vaschette di colore rossiccio, che si articolavano in giochi geometrici di semi-circonferenze, concrezioni spaghettiformi, i &#8220;macaronis&#8221; come le chiamano i francesi, esilissime, trasparenti, che sembravano muoversi ed intrecciarsi alla luce delle nostre lampade, un tubo concrezionato che veniva fuori dalla volta, interrompendosi nettamente dopo un metro, dal quale sgorgava una cascatella o, meglio, una doccia che si andava ad infilare, in basso, in un altro tubo concrezionato, identico al primo, che sporgeva dal suolo.<\/p>\n<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-1 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\"><div id=\"attachment_220\" style=\"width: 522px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-220\" class=\" wp-image-220\" src=\"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-783x1024.jpg\" alt=\"Renato Testa - Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.\" width=\"512\" height=\"670\" srcset=\"https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-200x262.jpg 200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-229x300.jpg 229w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-400x523.jpg 400w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-600x785.jpg 600w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-768x1005.jpg 768w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-783x1024.jpg 783w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-800x1046.jpg 800w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e-1200x1570.jpg 1200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaQuadrante_ArchivioGBefani_e.jpg 1380w\" sizes=\"(max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><p id=\"caption-attachment-220\" class=\"wp-caption-text\"><em>Renato Testa &#8211; Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.<\/em><\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo paesaggio incantato avanziamo lentamente: come quasi sempre succede in grotta, i movimenti sono rallentati, l\u2019ambiente ovattato, i pensieri quasi sfilacciati; \u00e8 difficile riprendere un ritmo operativo.<br \/>\nSuperiamo varie salette e, proseguendo per scivoloni, arriviamo al &#8220;Balcon&#8221; e dopo un po\u2019 al &#8220;Vestiaire&#8221;. In questa scomoda saletta, piccola e molto concrezionata, ci mettiamo la muta: da questo momento in poi l\u2019acqua sar\u00e0 il nostro ambiente naturale. Ripartiamo alle 4 del 3 agosto e siamo subito costretti ad immergerci. Procediamo a tratti nuotando, a volte rimbalzando da una riva all\u2019altra o ruzzolando su piccole cascatine, fradici e grondanti andiamo avanti in questo interminabile corridoio verticale, di cascata in cascata e, finalmente, ci troviamo sull\u2019impressionante vuoto della cascata &#8220;Claudine&#8221;. Un salto di venti metri dove l\u2019acqua scroscia violenta per 15 metri, rimbalza su un terrazzino e schizza via abbastanza lontano con un fragore impressionante. \u00c8 impossibile scendere sotto questa violenza: un\u2019asta solidamente fissata ed abilmente controventata si sporge in fuori, ad essa vengono attaccate le scalette. Un capolavoro di ingegneria speleologica, ma un\u2019acrobazia da vertigini.<br \/>\nSuperiamo con molta cautela questa cascata e ci troviamo in un laghetto: continua la girandola di prima tra il turbinio delle acque, sembriamo ciottoli che rotolano. A -740 la cascata dei &#8220;Topographes&#8221;, cinque metri di scaletta preceduti da un delicato passaggio in roccia. \u00c8 l\u2019ultima per oggi, ancora uno sforzo ed arriviamo alla sala &#8220;Eymas&#8221;. Il fiume si ingolfa tra grossi macigni, si inabissa e scompare. Silenzio! Un meraviglioso silenzio, una piccola salita ed arriviamo al 2\u00b0 campo, il tanto sospirato campo del -800. Sono le 9.30 del 3 agosto. Il posto \u00e8 confortevole e siamo elettrizzati.<br \/>\nCi sentiamo in forze, pi\u00f9 allenati, freschi, vediamo la possibilit\u00e0 chiara di arrivare in fondo, la vittoria \u00e8 a portata di mano. Ci prepariamo un brodo caldo, facciamo il punto della situazione, guardiamo il rilievo della grotta e, dopo due ore, ci addormentiamo. Un ultimo pensiero, prima di prendere sonno, va alla superficie, al ritorno, il senso di isolamento e di esclusione \u00e8 assoluto, sappiamo che fuori sono passati quattro giorni, ma ignoriamo tutto sulle condizioni atmosferiche: una piena a questo punto renderebbe impossibile la prosecuzione e difficile la risalita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Verso il fondo<\/strong><br \/>\nCi svegliamo alle due e trenta del 4 agosto e, dopo quattro ore di preparativi, discussioni e ripensamenti sul come e sul chi deve discendere al fondo, ci muoviamo alle 6.30 tutti e otto insieme. Due squadre formate da quattro persone ognuna si alterneranno fino a &#8220;far tana&#8221; ai -1122. Con queste liete speranze ci incamminiamo: affrontiamo il pozzo &#8220;Gach\u00e9&#8221;, l\u2019acqua non \u00e8 molta, ci sentiamo euforici, andiamo avanti senza eccessiva fatica, superiamo altre cascate considerevoli e una stretta galleria incassata tra altissime pareti verticali, alla fine della quale udiamo un frastuono indescrivibile.<br \/>\nUna nuova voragine si apre bruscamente: la &#8220;Grande cascade&#8221;. Una massa d\u2019acqua di portata e violenza considerevoli si rovescia nel baratro di cui non si distinguono le pareti: 32 metri, un orrido angoscioso. Ci spostiamo sulla sinistra, tenendoci con le mani su una scaletta posta a ghirlanda, orizzontalmente, librati nel vuoto sopra quest\u2019acqua furibonda e ruggente. A poco a poco, con lentissimi movimenti, quasi impercettibili, ci lasciamo la cascata sulla destra e cominciamo a scendere, con l\u2019ossessione di quel frastuono alle spalle. Sotto, un lago nel quale ci caliamo, la discesa della squadra \u00e8 molto lenta, avevamo cantato vittoria troppo presto.<\/p>\n<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-2 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\"><div id=\"attachment_219\" style=\"width: 522px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-219\" class=\" wp-image-219\" src=\"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-739x1024.jpg\" alt=\"Luciano Maiello e Franco Burragato al campo base di -500. Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.\" width=\"512\" height=\"709\" srcset=\"https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-200x277.jpg 200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-217x300.jpg 217w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-400x554.jpg 400w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-600x831.jpg 600w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-739x1024.jpg 739w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-768x1064.jpg 768w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani-800x1108.jpg 800w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_rivistaAtlante_ArchivioGBefani.jpg 1088w\" sizes=\"(max-width: 512px) 100vw, 512px\" \/><p id=\"caption-attachment-219\" class=\"wp-caption-text\"><em>Luciano Maiello e Franco Burragato al campo base di -500. Foto Virginio De Lanzo. Dalla rivista Quadrante.<\/em><\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Seguiamo il corso dell\u2019acqua, arriviamo alla &#8220;Salle de Joly&#8221; e, dopo una spiaggia sassosa, la volta si abbassa bruscamente. Davanti a noi una galleria si prolunga nel buio e accenna a restringersi considerevolmente: \u00e8 la &#8220;Chati\u00e8re de la baignoire&#8221;, siamo costretti a procedere strisciando su un acciottolato coperto da un velo d\u2019acqua che ci lambisce la bocca. \u00c8 il punto pi\u00f9 insidioso della grotta, una piena improvvisa in questo momento significherebbe la morte. Questo pensiero ci mette le ali ai piedi, superiamo come anguille questi 50 metri di cunicolo contorto ed inclinato.<br \/>\nCon un sospiro di sollievo notiamo che la volta si alza gradualmente e riusciamo finalmente a rimetterci in piedi. Ci troviamo in una saletta dalla quale il fiume, con tre cascate successive, si perde nelle tenebre. Eccoci di fronte alla &#8220;Vire-tu-oses&#8221;: questo passaggio \u00e8 uno dei pi\u00f9 difficili dell\u2019abisso. I francesi hanno battezzato cos\u00ec questa insidiosa traversata in parete, giocando con le parole: vire significa cengia, ma la frase foneticamente suona come &#8220;uomo tu osi!&#8221;. Comincia per noi la parte pi\u00f9 drammatica della spedizione. Sono le ore 14 del 4 agosto, 12 ore che siamo in attivit\u00e0 dopo l\u2019ultima sosta.<br \/>\nNotiamo, sulla destra della parete, una scaletta fissata orizzontalmente che sembra indicarci la via. Guido Saiza parte e, puntando i piedi sulla roccia strapiombante, con le mani sulla scaletta effettua la traversata, alla fine della quale trova un\u2019altra scala verticale di 5 metri; la discende ed arriva ad un terrazzino di un metro quadrato. Trova un chiodo fissato nella roccia e chiede altre scalette, per continuare la discesa. Gliene portiamo 30 metri che fissa al chiodo e, assicurato dall\u2019alto, scende verso il fiume che si sente scorrere impetuosamente sul fondo. I contatti a voce diventano quasi impossibili: si sente urlare qualcosa dal basso ma non si riesce a capire. Sotto di noi l\u2019infernale rapida risuona di un ruggito sempre pi\u00f9 incombente. Scende Befani per fare da portavoce, ma ben presto anche lui si perde nel frastuono delle acque. Alla sommit\u00e0 della &#8220;vire&#8221; nascono i primi dubbi sull\u2019esattezza di quella prosecuzione. Si cominciano a fare mille congetture, a pensare che quelle scalette trovate le avessero abbandonate gli uomini della sfortunata spedizione italiana del 1962, che dovette ripiegare proprio in quel punto, trovandosi di fronte a difficolt\u00e0 di cui ignoravano la natura.<br \/>\n&#8220;Forse avevamo sbagliato strada e noi stiamo ripetendo il loro stesso errore&#8221; &#8230; &#8220;ma no, cerchiamo di stare calmi, deve essere da questa parte, non ci sono altre possibilit\u00e0&#8221;. Cerchiamo di convincerci col suono delle nostre stesse parole. Nel frattempo i due che erano scesi continuano a gridare frasi incomprensibili, il tempo gioca contro di noi. Si decide di richiamarli indietro per sentire da loro che cosa abbiano visto. Ci sembra di trovarci in una grotta sconosciuta, nessuna relazione parla di quel salto. Secondo il rilievo dovremmo essere gi\u00e0 sul salto dell\u2019Uragano. Saiza e Befani ci raggiungono e non sembrano neanche loro sicuri della prosecuzione.<\/p>\n<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-3 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\"><div id=\"attachment_218\" style=\"width: 523px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-218\" class=\" wp-image-218\" src=\"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-1024x711.jpg\" alt=\"Il riposo al termine della spedizione. Davanti da sinistra a destra: Luciano Maiello, Aurelia Mohrhoff, Gianni Befani, Virginio De Lanzo, Paolo Langosco; dietro Alberto Moretti, Gabriella Ciotta e Sergio Mainella. Archivio Paolo Befani.\" width=\"513\" height=\"356\" srcset=\"https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-200x139.jpg 200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-300x208.jpg 300w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-400x278.jpg 400w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-600x416.jpg 600w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-768x533.jpg 768w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-800x555.jpg 800w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-1024x711.jpg 1024w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c-1200x833.jpg 1200w, https:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-07-24_08-07_Berger_ArchivioPBefani_c.jpg 8418w\" sizes=\"(max-width: 513px) 100vw, 513px\" \/><p id=\"caption-attachment-218\" class=\"wp-caption-text\"><em>Il riposo al termine della spedizione. Davanti da sinistra a destra: Luciano Maiello, Aurelia Mohrhoff, Gianni Befani, Virginio De Lanzo, Paolo Langosco; dietro Alberto Moretti, Gabriella Ciotta e Sergio Mainella. Archivio Paolo Befani.<\/em><\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vengono ritirati i 30 metri di scale e, dopo un breve conciliabolo, ci sparpagliamo in tutte le direzioni alla ricerca del passaggio chiave. Alcuni risalgono lo &#8220;pseudo-sifone&#8221;, altri tentano di superare direttamente le cascate, ne passano una ma si convincono dell\u2019impossibilit\u00e0 di procedere da quella parte.<br \/>\nL\u2019atmosfera \u00e8 tesa, non c\u2019\u00e8 via d\u2019uscita. Stiamo conducendo una strenua battaglia contro il tempo e l\u2019intorpidimento fisico e mentale. A fatica riusciamo a portare un discorso alla conclusione. A brevi intervalli consultiamo l\u2019orologio, le ore passano veloci come minuti, ci sentiamo impotenti.<br \/>\nAlla fine decidiamo di riprovare per la via primitiva. Ripartono Saiza e Befani, arrivano allo stesso punto in cui si trovavano precedentemente, dapprima si sentono indistintamente le loro grida, coperte dal fragore delle cascate, poi pi\u00f9 nulla &#8230; Le lancette dell\u2019orologio si muovono inesorabilmente mentre i nostri muscoli, forzatamente inattivi, sono preda dei morsi del freddo e della stanchezza.<br \/>\nPassa un\u2019eternit\u00e0 &#8230; ci sembra di udire delle grida, ci sporgiamo, dal basso ci chiedono altre scalette e corda. &#8220;Quante?&#8221; urliamo con tutto il fiato che abbiamo in gola. &#8220;Quaranta metri&#8221; ci sembra di capire. \u00c8 esattamente la profondit\u00e0 del pozzo dell\u2019Uragano, l\u2019ultimo pozzo prima del fondo. A questo punto il dramma: abbiamo solo 20 metri di scale. &#8220;Non pu\u00f2 essere questa la prosecuzione, ci deve essere un altro passaggio in parete che ci eviti l\u2019uso di questi 30 metri di scale&#8221;. I cinquanta metri di scalette che ci erano avanzati prima di arrivare alla &#8220;Vire-tuoses&#8221; erano quelli destinati al pozzo dell\u2019Uragano ed eravamo sicuri di aver fatto bene i calcoli.<br \/>\nCos\u2019\u00e8 quest\u2019altro pozzo? Mille pensieri ci balenano, facciamo mille congetture mentre dal basso continuano ad urlare e a chiedere scale e corda. Gi\u00e0 la corda &#8230; anche quella ci manca a questo punto. Le tempie ci martellano &#8230; cerchiamo di trovare una soluzione, ma ci sfugge &#8230; abbiamo perso. Con gli occhi pieni di lacrime, Giorgio Pasquini, capo della spedizione, sul quale grava la responsabilit\u00e0 dell\u2019impresa, \u00e8 sul punto di dare l\u2019ordine della ritirata. Ci sembra impossibile, non vogliamo arrenderci, deve esserci una soluzione, ad un passo dalla vittoria non possiamo mollare; vogliamo tentare il tutto per il tutto: forse con una rischiosa manovra di corda potremmo farcela. Moretti e Mariani andranno a raggiungere i due in basso, poi dall\u2019alto si sganceranno i 30 metri di scale sui quali sono discesi e che dovranno essere calati gi\u00f9 assicurati ad una corda per essere usati per il pozzo dell\u2019Uragano. La corda sar\u00e0 per i quattro l\u2019unica possibilit\u00e0 di ritorno.<br \/>\nQualsiasi errore di manovra risulterebbe irreparabile.<br \/>\nMoretti parte per raggiungere i due, Mariani si accinge a seguirlo, ma la mano di Giorgio lo blocca, mentre sta per scendere. Risorgono i dubbi. &#8220;Ripetiamoci ad alta voce, per verifica, le operazioni&#8221;. Bene, ad alta voce ci scandiamo le varie fasi della manovra, ripetendole l\u2019un l\u2019altro e purtroppo varie volte troviamo errori che sarebbero stati fatali: l\u2019intorpidimento mentale \u00e8 completo, non ci fidiamo pi\u00f9 della nostra mente. Dal basso reclamano ancora le scale. Siamo sotto l\u2019incalzare dei nostri dubbi e delle loro grida.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A quota -1122<\/strong><br \/>\nNon possiamo indugiare oltre, sono cinque ore che siamo fermi qui e ogni minuto che passa diminuisce le possibilit\u00e0 di arrivare al fondo, distruggendoci sempre pi\u00f9. Scende anche Mariani. Appollaiati in scomodissime posizioni, nelle quali rimarranno immobili a strapiombo sull\u2019abisso per circa sei ore, preda del freddo e della stanchezza, i quattro uomini che rimangono sopra, Pasquini, Testa, Bertolani e Ferri, eseguono la difficile manovra. Abbiamo ora a disposizione le scale necessarie. Decidiamo a questo punto di dividerci in due squadre: Saiza e Befani andranno avanti per primi fino al fondo, assicurati da Moretti e Mariani, al loro ritorno si invertiranno le posizioni.<br \/>\nI primi due cominciano a scendere e per noi due che rimaniamo iniziano tre terribili ore di dormiveglia e di incubi, ci sembra che ci chiamino, scrutiamo nelle tenebre, &#8230; nulla &#8230; ci riaddormentiamo &#8230; di nuovo urla: i nostri nervi ci stanno giocando un brutto scherzo; intanto il tempo passa e le probabilit\u00e0 per noi di andare al fondo diminuiscono rapidamente. Dopo tre interminabili ore, scorgiamo dal basso avanzare, tremolanti, due lumicini. Sono loro, \u00e8 troppo tardi e noi dobbiamo rinunciare a scendere, sono 35 ore che siamo sottoposti ad un lavoro massacrante. &#8220;Avete raggiunto il fondo?&#8221;.<br \/>\nAlle ore 23 del 4 agosto 1967, per la prima volta il nome &#8220;Italia&#8221; era stato inciso sulla parete finale dell\u2019abisso pi\u00f9 profondo del mondo, a quota -1122.<br \/>\nIn quel momento in superficie stava trascorrendo una serena e calda notte d\u2019agosto. I nostri compagni stavano addormentandosi mentre i loro cuori e i loro pensieri erano insieme a noi.<\/p>\n<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-4 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\"><div id=\"attachment_215\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-215\" class=\"size-large wp-image-215\" src=\"http:\/\/www.speleoclubroma.org\/scr\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/1967-10-23_AzzurriDItalia_ArchivioPBefani_d-1024x766.jpg\" alt=\"La premiazione dei partecipanti alla spedizionecome &quot;Azzurri d'Italia&quot;. In prima fila Guido Saiza e Antonio Mariani. Dietro si riconoscono Paolo Befani, Demetro De Stefano, Nicola Ferri, Renato Testa e Andrea Maniscalco. 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In prima fila Guido Saiza e Antonio Mariani. Dietro si riconoscono Paolo Befani, Demetro De Stefano, Nicola Ferri, Renato Testa e Andrea Maniscalco. Archivio Paolo Befani.<\/em><\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla rivista per le forze Armate<br \/>\n&#8220;QUADRANTE&#8221;, anno II, n. 17,1-9-1967.<br \/>\nR. Giordano.<\/p>\n<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>TREDICI ITALIANI: GIORGIO PASQUINI, ALBERTO MORETTI, ANTONIO MARIANI, I FRATELLI PAOLO E GIANNI BEFANI, ITALO BERTOLANI, RENATO TESTA, VIRGINIO DE LANZO, PAOLO LANGOSCO, FRANCO BURRAGATO, LUCIANO MAIELLO, GUIDO SAIZA E NICOLA FERRI, HANNO EGUAGLIATO PER L\u2019ITALIA IL RECORD MONDIALE DI PROFONDIT\u00c0 IN GROTTA. 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