STORIA DELLO SPELEO CLUB ROMA – LA FONDAZIONE (di Giorgio Pasquini)

Nel gennaio del 1952 approdai al Circolo Speleologico Romano con Silvano Del Lungo, in cerca di informazioni e consigli sull’attività speleologica spontaneamente ed ingenuamente insieme principiata nelle cavità minori del Monte Soratte.

Qualche tempo dopo si avvicinarono all’ambiente, peraltro informale (per lungo tempo nessuno ci chiese una quota di iscrizione, pur facendoci usare il materiale), cordiale, d’una vivacità salottiera: Aulo Baldieri, Domenico e Giuseppe Petrucci e, nell’agosto, per la campagna al Bussento, Italo Bertolani.

Gli eventi di cui appresso parlerò dividevano, inizialmente in guisa oscura e non dichiarata, poi, nel quinquennio seguente, sempre più apertamente, una parte dei soci, effettivi e aspiranti, da un’altra parte di soci effettivi e “benemeriti”

(1) , divisi in media da venti o trent’anni di età.

C’era, forse, nell’aggressività sportiva di quei giovani un tendere a combattere quella guerra che avevano subìto ignari spettatori da bambini o adolescenti in famiglia; come, forse, nello smagato scetticismo degli anziani l’abbandono pigro ad un meritato quieto vivere dopo i sacrifici e le talvolta dure vicissitudini belliche. Un conflitto, quindi, anche generazionale.

Ojo Guarena 1958

Ojo Guarena 1958

Un articolo dello Statuto Sociale, contro cui successivamente ci battemmo invano, recitava che il Circolo, oltre all’attività speleologica, svolgeva “parallelamente” un’attività turistico-ricreativa. E noi che volevamo? Più grotte, più profonde, più impegnative, fatte presto e bene, con validi rilievi e corrette osservazioni …

Una buona spinta in questa – come la chiamiamo, una volta per tutte? – “aggressività esplorativa” ce la diede, in particolare recepita da me e Bertolani, il barone Carlo Franchetti, allora Presidente del Circolo , Accademico del C.A.I., noto alpinista del primo dopoguerra, che io ed Italo mitizzammo (solo un po’) come lo speleologo per eccellenza, colui che più di trent’anni prima aveva cominciato ad andare per grotte nell’Italia Centrale con una squadra di valorosi amici, Alessandro Datti, … Dusmet, Carlo Botti, … Pietromarchi, esplorando, rilevando, tentandone comunque i primi tratti, le più grosse cavità del Lazio e dell’Abruzzo e che, fin dagli inizi della nostra attività, nel ‘52 al Bussento, ci si era rivelato come il più “giovane” – e aveva poco più di cinquant’anni! – di tutti gli altri anziani, quello appunto che ci spingeva ad osare e non ci tirava per la giacchetta nel ricognire volte, pareti e sifoni delle grotte.

Ricordo come, letteralmente, nel vorticoso Bussento sotterraneo, “tirasse” la squadra con l’acqua alla vita, sondando il fondo con un bastoncino da sci, e con quale velocità si tolse una cintura per affibbiarmi all’avanbraccio una lampada stagna che mi consentisse di ricognire le possibilità di avanzamento in un lago quasi sifonante, nell’inghiottitoio di Orsivacca.
Anche se Franchetti era scomparso, è in quello spirito di “carica”, proprio con il cuore oltre l’ostacolo, nella ricerca e nell’esplorazione, che insieme ai sopraggiunti nel ‘54 Fausto Schirò  e  Marcello Chimenti  (quest’ultimo  studente  di  Geologia, fatto  poi rilevante nello sviluppo dello Speleo Club), trovammo molti amici nei più giovani che, aspiranti soci, entrarono a far parte del Circolo.

Cito a braccio e senza pretendere ad un ordine cronologico di adesione: Antonello Angelucci, Andrea Todeschini, Lamberto Laureti, Giovanni Scuncio, Giancarlo Costa, Franco Volpini, Biagio Camponeschi, Augusto Pace, Manuela Martinelli, Enrica Casali, Camillo Premoli, Giorgio Marzolla, Mario Chimenti, Antonio Assorgia, Mariano Dolci, Arnaldo Botto, Franco Pansecchi, Sandrino Spicaglia e, per poco tempo, Antonio (mi pare) Cultrera e Raffaele De Cosa: li ricordo, questi ultimi, all’esplorazione del Catauso di Sonnino. Una ventina di giovani, di cui almeno la metà si avviava ad una prolungata attività speleologica e, a quel che posso dire, di buon livello e con serietà di intenti.

Analizziamo ora i tre fattori di dissenso presenti nel C.S.R. nel 1958 e che, con Italo, fino a quel momento mi ero illuso (o speravo?) che non conducessero inevitabilmente alla scissione. Ma ora penso che, se fu un po’ colpa della nostra intransigenza (e suscettibilità), visto quel che ne seguì fu felix culpa!

Il primo fattore fu la tecnica seguita dal Circolo nell’esplorare le grotte, riassumibile nel considerare – e questo era in un certo senso accettato anche da un serio alpinista come Franchetti! – la speleologia come una sorella minore, per non dire minorata, dell’alpinismo. “Minorata” poichè non poteva (o non doveva?) adottare quelle tecniche di armamento e progressione che l’alpinismo da tempo e proprio in quegli anni, giorno dopo giorno, andava perfezionando alla ricerca del più efficace, del più sicuro, del più leggero. Quindi: le famigerate scale in pioli di legno larghi trenta centimetri (per riposarsi sedendo a metà tratta!) e cavi metallici da mezzo centimetro; corde di canapa, non da roccia ma proprio da cantiere o da somari, erano il nerbo del materiale sociale; oltre a canotti militari (alleati) a fondo rigido e pesantissimo, scalette metalliche rigide per il superamento delle marmitte e scalette – ritenute leggere da squadra di punta! – modello Azario, militari italiane, in cavo da 6mm e pioli più stretti ma bloccati con cappellotti di ferro e ribattini, in spezzoni da 5 metri che pesavano oltre tre chilogrammi!

Con siffatte dotazioni non si potevano fare grandi cose, e quelle che si potevano fare le avevano già fatte trent’anni prima con Franchetti. Aggiungasi il nessun uso di chiodi da roccia (vidi i primi in mano a Italo che aveva frequantato adolescente un corso di roccia) e di cavetti di ancoraggio leggeri, che portava ad ancorare le scale solo ad alberi, spuntoni o a tronchi incastrati tra le pareti del pozzo, mediante “gomene” di varie lunghezze, che ingombravano il magazzino. E niente mute per proteggersi dalle fredde acque dei fiumi sotterranei, solo stivaloni e calzoni stagni da pescatore, allagabili dal punto vita, e grasso da nuotatore di fondo, spalmato addosso. E’ ben vero che in tal guisa lavoravano tutti i gruppi speleologici italiani, ma era anche vero che in quegli anni si era già giunti (per i più increduli!) a vedere i limiti dell’impiego del materiale pesante all’Antro del Corchia (ma, in fondo, già alla famosa Preta!): la forte Sezione Geo-Speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali di Trieste, diretta da Walter Maucci e da De Martini, era stata fermata in avanzamento dopo il “pozzo a Elle” non dal passaggio poi chiamato “Zuffa” dai bolognesi, modesta traversata su facili appigli, ma dalla spaventosa fatica imposta agli uomini dal peso del materiale avanzato. Questo Walter Maucci me lo confidava nel ‘56 al Berger …

Pietrasecca 1960

Pietrasecca 1960

Ecco, appunto: un Gouffre Berger “non” sarebbe mai stato esplorato con tali materiali e tali tecniche! Ciò fu a me chiaro quando fui inviato alla sua esplorazione conclusiva dal Consiglio Direttivo, che ancora ringrazio, dopo una simpatica e cavalleresca selezione tra me, Bertolani e Schirò, allora giudicati (primi mesi del ‘56) i più promettenti giovani leoni del Circolo Speleologico Romano, a detta dei tanto vituperati “anziani”. Sostituivo personalmente l’invitato Aldo Giacomo Segre, geologo già allora di certa fama e autore, otto anni prima, de “I FENOMENI CARSICI E LA SPELEOLOGIA DEL LAZIO”, già sua tesi di laurea (in Geografia, credo) e frutto, direi splendido, del lavoro del Circolo cui l’autore nell’immediato dopoguerra partecipò intensamente; testo base, almeno in partenza, di ogni ricerca carsica sul territorio laziale e quindi successivamente da noi criticato con giovanile presunzione mentre resta, in particolare per la parte generale, un’opera fondamentale per la “Scuola” carsica italiana. Mi ricordo che, in particolare dopo la revisione dei rilievi di Pietrasecca e Luppa, che il Segre forniva molto diversi, un battibecco con il nostro Michele De Riu alla Società Geologica Italiana lo aveva reso molto “freddo” nei nostri confronti. Ciononostante una mattina del ‘60 mi recai con Marcello Chimenti al Servizio Geologico a chiedere consigli e informazioni su certe grotte proprio a lui, che ci squadrò domandandoci: “Ma con che faccia vi presentate a me?”. E Chimenti imperturbabile: “Con quella di bronzo!” Dobbiamo ringraziare Segre che, dopo una risata, ci “istruì” con una lunga chiacchierata.

Il Berger per me fu un’esperienza unica, che condizionò le mie scelte e non solo sportive negli anni seguenti: ecco qua, esisteva una tecnica leggera, come quella che io e Italo sognavamo, delle scale leggere (!), corde in nylon e chiodi da roccia per ancoraggi, le discese dei pozzi a corda doppia! E appariva realistica la possibilità che, sviluppando questa “dottrina” del più leggero, si potessero negli anni a venire raggiungere le più grandi profondità ed i percorsi più lunghi per entro ai massicci carsici.

Questo mi fece riflettere, e abbandonai allora ogni ambizione in altre discipline sportive, sci di fondo, alpinismo, pentathlon moderno – che pure continuai un po’ a praticare -, per volgermi nel ‘58 proprio esclusivamente alla Speleologia.

Voglio citare un fatto che mi diede la misura delle differenze tra noi, gli speleologi italiani in generale, e i grenoblesi quanto a tecnica d’armamento: in squadra con Fernand Petzl, dopo i primi salti armati ancora con materiali un po’ tradizionali (all’Holiday on ice: addirittura pali di legno con chiodoni per scalini), dopo i contorcimenti del “meandro” arrivo, secondo dietro il capo squadra – una debolezza da primo della classe! – a “un” chiodo Cassin piantato in una fessura a sinistra da cui pendeva, con due ridicoli moschettoncini, la più minuta scaletta che fino allora avessi mai visto in opera: cavetti da due millimetri al massimo, scalini del diametro di un centimetro e larghi quindici. Penso a un piccolo passaggio, armato con quella che io avrei chiamato una “staffa”; e Petzl laconico annuncia: “Puits Garby, quarante mètres!”. In realtà trentotto, ma un salto immane per noi modesti esploratori laziali che chiamavamo i ventidue metri del terzo salto di Luppa: il “salto grande”, ancora non disceso per difficoltà d’armamento.

Tornato a Roma entusiasta, assunsi il vago incarico di dirigere l’attività sociale, trovando subito enormi resistenze nell’ammodernamento delle tecniche e dei materiali. L’avanzata a Luppa oltre il “salto grande”, finalmente armato sulla destra con un paio di chiodi, progrediva disagiatamente per le fredde acque su cui adesso navigavamo con assurdi canotti Pirelli (Chimenti in un giorno “particolare” collezionò diciotto rovesciamenti!), affranti per il peso delle scale trasportate e soprattutto per le corde di canapa che, bagnate, divenivano un groviglio di occhielli inestricabili. Il Direttivo diede parere negativo all’acquisto di corda nuove in fibra plastica (“costano di più e si usureranno in paritempo”!) e Mario Franchetti che, dopo la morte del padre Carlo, veniva in grotta con noi giovani, si mise generosamente le mani in tasca e ragalò al Gruppo una corda da roccia in Lilion Snia Viscosa, diametro otto millimetri, che fu, in assoluto, credo la prima corda leggera (per dire non di canapa o manila) impiegata in grotta nella penisola. Fu usata da noi in ogni occasione, anche per fare allenamenti alla palestra di Monte Morra, dove tenne un mio “volo” di una decina di metri all’uscita della via di Marco …e ci allenavamo in roccia proprio perchè convinti della validità del detto di Carlo Franchetti, secondo cui un buon speleologo doveva essere un discreto rocciatore, fatto di cui sono personalmente tutt’oggi persuaso. E di puntate a Luppa e giornate al Morra fu composto l’allenamento che preparò me, Andrea Todeschini e Antonello Angelucci alla spedizione internazionale a Ojo Guareña nel ‘58, ove ci raggiunse spettacolarmente (Giulietta fino a Nizza, aereo da Nizza a Madrid, Talgo da Madrid a Burgos, autostop da Burgos a Sotoscueva …) Mario Franchetti, allenatosi a Cortina con i suoi amici “Scoiattoli” e dove, pur delusi, – lo dichiarai alla radio spagnola! – dal tipo di cavità immensa ma quasi orizzontale, mentre ci attendevamo un secondo Berger, principiammo a funzionare da speleologi moderni. In quattro esplorammo e rilevammo una diramazione intorno al chilometro, chiamata poi “Sima Italia”.

Anche Mario Franchetti, influente (?) sul Direttivo per nome e amicizie, recepì il “gap” tecnico tra noi e gli anziani, ma non ci servì molto.

Tornati a Roma maturarono altri fatti, che illustrano in pieno gli aspetti del dissenso, ma che per me vennero dopo il problema tecnico.

Marcello Chimenti che, nell’ancor poco frequentato Istituto di Geologia, a suo tempo aveva inalberato sulla porta della sua stanza di studente interno un cartello, tollerato peraltro dal Professor Carmelo Maxia, con su scritto “Sezione speleologica dell’Istituto di Geologia” e che aveva attratto all’attività di grotta tanti studenti di Geologia, proprio Camponeschi, Angelucci, Laureti, Martinelli, Pace, Assorgia, già citati, stava ora portando avanti un serio programma di ricerche, fatto intanto di rigore nei rilievi topografici, di campionature geologiche, di lettura di trattati al riguardo delle grotte, di contatti con chi all’Università avrebbe potuto insegnarci qualcosa. Io, dopo il Berger, avevo abbandonato la Facoltà di Filosofia senza laurearmi, malgrado avessi una buona media e mi mancasse un solo esame (ma era con Ugo Spirito!), per iscrivermi a Geografia come se provenissi dal primo biennio di Lettere, e mi ero affrettato a dare tutti gli esami “geologici” che dovevo e potevo sostenere al fine di orientarmi con più consapevolezza nell’attività sotterranea, e mi comprai il Traité de Spéléologie del Trombe!

Così noi due, Chimenti ed io, agli inizi del’58 fummo promotori di una campagna di ricerche geologiche e morfologiche all’inghiottitoio di Luppa, per la quale pensammo di chiedere un contributo al Consiglio Nazionale delle Ricerche, con una domanda che il Presidente del Circolo Datti riluttava a firmare … battuta dell’indimenticabile Ettore Onorato, titolare di Mineralogia all’Ateneo romano e membro del Comitato per la Geologia del C.N.R., tanto da fargli dire: “Ma che presidente tenete? In grotta non ci va, i soldi non li chiede …!”

Alla fine Datti firmò e il C.S.R. riscosse la modesta, anche allora, somma di duecentomila lire, ma per noi importante, con la quale progettavamo acquistare strumenti di rilevamento e forse una seconda corda di lilion: non vedemmo una lira e ignoro tuttora come sia stata amministrata … totale mancanza di “glasnost” (e di “perestroika”!). I soci erano estraniati dalla politica e dall’economia del C.S.R.: nessun benemerito tra noi, quindi nessuno di noi Consigliere

(2).

Pietrasecca 1959

Pietrasecca 1959

E fu a questo punto che Chimenti cominciò a parlare di abbandonare il Circolo per dar vita ad un altro gruppo speleologico. Fino a quel momento, novembre del ‘58, io e Bertolani avevamo buttato acqua su quest’incendio di ribellione che serpeggiava tra molti  giovani:  eravamo  i  più  anziani,  quanto  a  militanza,   dei  giovani   e   avevamo conosciuto personalmente Carlo Franchetti; avevamo cordiali rapporti di stima e amicizia con Mario, suo figlio, e anche con molti altri vecchi soci, quali Don Gaspare Lepri, Marcello Cerruti, Enzo Spicaglia … ma, sia pure “riformisti”, non vedevamo più modo di mutare la situazione al Circolo. Provammo a parlarne con Mario Franchetti, che non capì o non volle capire e che, comunque, in quel periodo frequentava poco l’ambiente, preso da altri impegni.

C’erano già state altre defezioni che avevano dato vita a tre gruppi speleologici nel Lazio: quella di Fausto Schirò che passò all’U.R.R.I. e diede in quell’ambiente, a lui più consono moralmente e politicamente (dai tempi di Giorgio Campanella); all’U.R.R.I. era passato pure Arnaldo Botto; quella di Giorgio Silvestri che stracciò la tessera in sede (mi disse: “ti saluto come amico, non come consocio!”) e fondò a Terracina, sua città natale, il Gruppo Speleologico Anxur, ancora vivo credo, per poi, lui solo, entrare a far parte dello Speleo Club Roma nel ‘63; quella di Giovanni Meo Colombo, studente di geologia che, in ansia di ricerca scientifica, costituì un effimero sodalizio che si chiamò Sezione Speleologica della Società Tirrenica di Scienze Naturali (come il gruppo triestino di Maucci!); e infine quella di Franco Consolini, validissimo rilevatore di grotte che, con i suoi amici paracadutisti, fondò il Gruppo Grotte Roma, il quale, per affinità di spirito e intenti, confluì interamente nello Speleo Club Roma nel gennaio ‘61, dopo la tragica fine del fondatore in un lancio ritardato, a Guidonia. Tutti segni di un disagio di persone animate dalle migliori intenzioni, e sportive e scientifiche, a vivere nel Circolo: ma si era trattato di singoli, si parlava del distacco di una diecina di soci tra i più attivi, in prevalenza esperti, con alcuni anni di attività svolta a ottimo livello.

Ma ciò che accelerò i tempi fu il deteriorarsi dei rapporti umani, il terzo fattore, che precipitò la scissione: con alcuni anziani di battuta in battuta eravamo arrivati a non sentirci più amici e, poi, non andavano d’accordo neanche i giovani tra loro. Scelte di origine caratteriale e purtroppo ideologiche. Un piccolo nucleo di noi era orientato a sinistra (“dal radical-chic” allo stalinista di ferro, passando per un socialista ed un anarchico …), fino ad allora cari amici con cui avevamo allegramente diviso belle esplorazioni … ma cominciammo a farci fronte.

Una latente graduale reciproca insofferenza culminò nella relazione di minoranza presentata al Direttivo e agli altri soci da Giorgio Marzolla, criticando la mia condotta nella spedizione a Luppa del 1-4 novembre 1958.

Brevemente: alla spedizione avevano partecipato i soci più abili, sotto la mia direzione: Bertolani, Franchetti, Marzolla, Dolci, Premoli, Costa, Volpini e, forse, qualcun altro; il tempo non fu clemente e, come gli anziani da anni pronosticavano, Bertolani e Franchetti furono sorpresi da un piena improvvisa sull’orlo del “salto grande” e solo per la loro freddezza ed esperienza riuscirono a salvarsi … già, Carlo Franchetti, mi pare nel ‘29, scampò per un pelo da analoga piena all’ultimo salto prima dell’uscita di Luppa. Strano destino, di padre in figlio purtroppo ripetutosi!

Carlo Franchetti era perito in un incidente d’auto nel ‘54; Mario in un altro incidente d’auto nel ‘74.

Recuperati, ad acque scemate, da me e Costa, il giorno dopo, a cielo sereno, Marzolla e Dolci avanzano al contrattacco con due sacchi di materiale fino al sifone e lì restano infreddoliti (niente mute, l’unico con una Pirelli nera di tipo militare era Costa) ad attendere gli altri che, cominciato a scendere il salto di 22 metri, furono costretti a ripiegare per ricondurre fuori Volpini con una sanguinante ferita alla gamba … più nera di così!

Bene, su questi episodi, addossandomene la colpa, fu ciclostilato un “libello” che indignò, a vero, tutti gli anziani, solidali con me, Spicaglia e Franchetti in testa. Ma mi indignai, eccezionalmente, anche io e, soprattutto, i miei amici tutti quanti, guarda caso, del fronte – diciamo così – “apolitico”.

Si aggiunsero alcune vicende extraspeleologiche, che non voglio qui ricordare, e la frattura con il nucleo di sinistra fu totale.

Marzolla, Premoli, Dolci e Mario Chimenti, cugino di Marcello ma di opposte idee, furono particolarmente sfortunati poichè, a causa di questa lite, rimasero al Circolo, quando il loro addestramento e spirito sportivo e naturalistico li avrebbero sicuramente portati allo Speleo Club con noi. Diverso il caso di Baldieri e di Pansecchi, perfettamente integrati con gli anziani.

Così non ebbi più remore, anzi con Bertolani ci sentimmo di agire “nello spirito di Carlo Franchetti”, aderendo pienamente al progetto di Marcello Chimenti, di creare un nuovo gruppo speleologico a Roma.

Un fattore tecnico, in fondo per me il principale, uno di rappresentanza e potere deliberativo, ed uno umano, anzi personale, concorsero quindi a far trovare d’accordo un gruppo di giovani speleologi per realizzare una nuova e più avanzata attività. Ci cominciammo a riunire la sera in trattorie e pizzerie diverse da quelle ove si raccoglievano gli altri soci, costituendo una sorta di comitato promotore con Bertolani, Chimenti e Angelucci … Molti incontri si svolsero nelle nostre case, in particolare in quella di Antonello Angelucci che, in via Palestro, era centrale rispetto alle abitazioni degli altri.

Incontrai il Presidente una volta con Chimenti e una volta con Costa, quindi fu stilato un promemoria da presentare al Consiglio Direttivo con carattere di ultimatum, con le condizioni imprescindibili per continuare l’attività nell’ambito del Circolo. Io e Bertolani lo recapitammo personalmente al conte Datti, che ne prese atto cercando di calmarci e mostrandosi personalmente propenso a qualche concessione. Nell’ultimatum veniva richiesta la gestione economica autonoma di una squadra operativa (Italo pensava di intitolarla a Franchetti) che doveva muoversi sotto la mia insindacabile direzione tecnica e sotto la direzione scientifica di Marcello Chimenti; il Consiglio Direttivo non potè accettarlo, come infatti non l’accettò!

Luppa 1959

Luppa 1959

Preparammo la lettera di dimissioni che fu sottofirmata da dodici persone

(3),  nel contempo Italo aveva disegnato l’emblema del nuovo gruppo, nella forma ormai ben nota del pipistrello bianco in volo con un disco nero più piccolo dietro, simboleggiante l’oscuro mondo sotterraneo, e noi, i puri di intenti …, stabilimmo di chiamarlo Speleo Club Roma (io ricordavo il grande e attivo Spéléo Club de Paris), e furono portate a segno alcune “piraterie” ai danni del Cicolo. Prelevammo tutto il Catasto dalla sede di Via Ulisse Aldrovandi 18 (avevo ancora le chiavi, quale incaricato dell’attività), lo fotocopiammo e lo riportammo a sito tutto in ordine. Dopo la sfortunata spedizione di novembre, la grotta di Luppa era restata armata, impegnando quasi tutto il materiale di tipo leggero (scale Azario, e certi elasticissimi spezzoni costruiti da Guy van den Steen in corda di nylon gommata e scalini in tubo di alluminio dolce di tre centimetri di diametro, onde contenere il nodo di bloccaggio) che era presente in magazzino, e Chimenti si ricordò che dieci metri di scale Azario al primo salto erano di sua personale proprietà: nel gelo di quei giorni sotto Natale andammo a prelevarle con la sua Harley-Davidson che scodava sul verglas della Piana del Cavaliere, e togliemmo anche tutti i chiodi di ancoraggio, onde non facilitare a quelli del Circolo (sarebbero stati Marzolla e “compagni”!) il prossimo ingresso. Come ultima mossa (tattica) , lasciando per l’ultima volta da socio la sede, mi offersi di disarmare la cavità e restituire integro il materiale che, come capo squadra, avevo prelevato:  gli anziani non accettarono,  come prevedevo, sia perchè temevano qualche trucco per tenerci le scale, sia perchè non avevano più forze sufficienti a riarmarle.

Tale materiale, circa una novantina di metri di scale (adesso può far sorridere, ma era quella la situazione a Roma a fine ‘58) andò distrutto dalle piene primaverili, dopo un paio di spericolate puntate senza risultati esplorativi di Marzolla, Premoli e Dolci; e la scala da venti metri modello pesante che anche noi impiegammo al salto da 22 metri nella spedizione conclusiva del settembre 1959, fu gettata, ormai mancante di un 25% dei gradini, nel lago sottostante perchè era troppo pericolosa, e ci tenemmo l’onore di usarla, uscendo, per l’ultima volta (ma domani sarebbe entrato il Circolo …). Se ho voluto narrare queste azioni poco edificanti è per fare ben comprendere a chi non c’era a che punto era giunta la nostra esasperazione e la conseguente reazione polemica, ma tale spirito polemico fu un buon propulsore dei primi anni di vita del nuovo gruppo.

Chimenti e Angelucci in particolare cercarono subito adesioni di persone qualificate nell’ambiente geologico, e così fu che tra i soci fondatori annoverammo Michele De Riu e Giancarlo Negretti, dell’Istituto di Petrografia: aderirono gli amici studenti di geologia Maurizio Minniti e Fulvio Giammetti (quest’ultimo, a quanto ci risulta, ora professore di Petrografia a Parma) anch’essi tra i fondatori. Tra i dodici che firmarono la lettera di dimissioni dal C.S.R. solo dieci furono tra i fondatori: Andrea Todeschini, mio grande amico che proprio quell’anno era stato a Ojo Guareña, ebbe un soprassalto del suo toscanismo iperpolemico sia verso la mentalità del Circolo, sia verso il nostro entusiasmo, e praticamente chiuse con l’attività speleologica, e Enrica Casali restò fuori dello “Speleo” per screzi sentimentali con chi scrive.

A Manuela Martinelli, in seguito e tutt’ora sposata a Marcello Chimenti, si deve che lo Statuto del nostro “Club” ammettesse tra i soci le donne: era infatti forte la tendenza ad escluderle in nome di una speleologia più seria e più “dura” … glissons … Ridicola superstizione maschilistica che si incontra in molti ambienti sportivi. A me uno speleologo serio che non nomino, ma alle prime armi, dopo una spedizione al Corchia ove aveva sofferto molto ed era stato aiutato da due giovani signore della squadra, venne poi a dirmi: “Dobbiamo tornare al Corchia! Ma una squadra seria: senza donne!” (?!?!?)

Inferniglio 1957

Inferniglio 1957

E veniamo allo spirito informatore dello Statuto dello Speleo Club Roma, che fu steso con lunghe discussioni tra tutti i fondatori nei primi giorni del 1959. Quello che al Circolo ci era apparso più politicamente “mostruoso” era il prevalere dei vecchi soci nelle votazioni che, a parte l’eleggibilità passiva di candidati giovani, sclerotizzava di fatto la dirigenza del gruppo in quanto, come in ogni ambiente del genere (sportivo, ricreativo, culturale …), il giorno dell’assemblea ordinaria erano presenti tanti iscritti solo di nome e che non si vedevano mai nè in grotta nè in sede, e che ovviamente votavano per coloro che conoscevano dagli anni in cui erano stati attivi: quindi nessun candidato “nuovo” aveva possibilità di essere eletto con i voti dei soci attivi in quel momento, poichè il numero di questi risultava comunque minoritario di quello delle vecchie glorie, si fa per dire, dei dieci anni precedenti. Noi decidemmo invece di dare luogo ad un governo dei soci in attività, in pratica dei combattenti sugli imboscati, di stampo più barbarico che classico: ogni anno venivano selezionati in base all’attività svolta, al numero delle uscite in grotta o per servizio del gruppo, i soci effettivi e solo costoro votavano per il Direttivo. Barbarico, spiego, perchè era la battaglia continua per restare in testa al sodalizio come attività e come potere: chi faceva più uscite in grotta e quindi utilizzava di più i materiali, le strutture e gli stessi altri soci come organico delle squadre, prevaleva su chi usciva di meno. L’effettivo di due anni prima, dopo un anno di scarsa partecipazione, tornava tra i soci aggregati privi di voto: era l’uccisione rituale degli anziani del villaggio. Così il controllo dell’attività da parte di chi la esercitava fu garantito, ma chi diminuiva l’intensa “militanza” si sentiva indotto a smetterla del tutto, e a uscire dal gruppo!

Nella pratica, se in assemblea non veniva contestata da amici e da qualche effettivo, era accettata la valutazione dell’attività dei singoli fatta dal Direttivo uscente e, quindi, anche così gli effettivi (votanti) erano designati dal Direttivo, ma su tutti i casi dubbi, appunto, si sottoponeva il passaggio di categoria a votazione, mi pare addirittura qualificata (maggioranza di 2/3 e non oltre 1/6 di voti contrari) degli effettivi in carica per l’anno che terminava, che si trovavano quindi ad accogliere o ad espellere dalla loro cerchia alcuni colleghi, con creazione di inimicizie e strascichi polemici dannosi al funzionamento del gruppo.

Per concludere, ritorno a quell’aggettivo “barbarico” che in realtà caratterizzò lo spirito dello Speleo Club Roma nei suoi primi dieci anni di vita, quasi fosse una tribù dell’altopiano o una banda di guerriglieri: forte aggressività esplorativa, sviluppatissima amicizia e cameratismo tra i membri più attivi e non, e la presunzione se non di essere, di poter essere i migliori almeno a Roma e nell’Italia Centrale, con una politica estera verso gli altri gruppi speleologici, ad eccezione di quelli “amici”, estremamente spregiudicata e “di rottura”.

L’analisi dell’attività dei primi dieci anni dimostra che tale spirito fu vantaggioso, fu pagante in termini di risultati sia scientifici, sia sportivi … anche se, come in ogni rapida avanzata, dietro il nucleo che conduceva la corsa si sfrangiavano retroguardie zavorra, ma ciò è naturale e ricordiamoci che chi fa un’uscita sola all’anno contribuisce lo stesso all’attività di chi esce ogni settimana, che una volta l’avrà a compagno di squadra.

E anche ora, a distanza di oltre venti anni da quei fatti, quello spirito è pagante: nella forte amicizia che lega i vecchi soci tra di loro, come accade ai veterani dei corpi speciali, che hanno diviso fatiche, sacrifici, rischi e, soprattutto, entusiasmi.

Sangemini, 5 maggio 1988.

By |2017-05-28T21:55:08+00:00Settembre 12th, 2016|Articolo, Storia|0 Comments

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